Il caso Schwazer: un complotto?

Alex Schwazer, 31enne, marciatore, oro olimpico a Pechino 2008, quattro anni dopo viene trovato positivo. Si fa di Epo. Viene squalificato per 45 mesi, sputtanato e messo alla pubblica gogna. Si presenta da solo di fronte alle televisioni di tutto il mondo per scusarsi, per fare mea culpa. Si scusa con tutti, sa di aver tradito la fiducia della famiglia, della fidanzata, dell’allenatore, di tutti. Un’ammissione non da tutti. 

Sandro Donati, impegnato da una vita nella lotta al doping, decide di dargli una mano. Donati è uno con le palle, è stato proprio lui a segnalare il caso Schwazer nel 2012, ed è forse per questo che vuole aiutarlo, ci crede nel riscatto dell’altoatesino. Ha scritto libri e libri sul doping di stato, nel 1989 ha pubblicato il suo primo libro sull’argomento, Campioni senza valore. La sua idea centrale è che, però, senza una radicale riforma delle istituzioni sportive, nazionali ed internazionali, la piaga del doping, non solo rimarrà intatta, ma è destinata ad aggravarsi. Ha accusato più volte Iaaf, le federazioni e i russi di poca trasparenza. Che abbiano colpito l’altoatesino per fare fuori lui? Probabile, ma facciamo un passo indietro.

Il tecnico allena Alex per mesi (iniziano a lavorare insieme nel 2015), lontano dai campi di gara, per prepararlo al grande ritorno. Lavorano in silenzio, sudano chilometri, ma sembra ne sia valsa la pena. Perché, Alex, a maggio ritorna a gareggiare, vince e ottiene la qualificazione a Rio.

Sarebbe tutto molto bello, se non fosse che appena un mese dopo, il 21 giugno, spunta una provetta incriminata, relativa alle analisi a sorpresa dell’ultimo capodanno. Cambia tutto: da test originariamente con esito negativo, ora è positivo. Schwazer viene sospeso. Il tutto alla vigilia delle Olimpiadi di Rio. Può essere eccessivo parlare di complotto prima che vengano pubblicate le ragioni del tribunale, ma sono molti i lati oscuri della vicenda.

I 19 controlli degli ultimi due anni, tutti negativi, non contano, Alex è fuori, è un recidivo. Alcuni sono increduli, altri (molti) esultano. Non conta neanche il test del 22 giugno, anche quello negativo, non contano le telefonate registrate dove un giudice internazionale di gara consigliava all’altoatesino di non vincere “perché è meglio così”. “I due cinesi, allenati da Sandro, vanno forte, non cercate grane con loro” si sente nella registrazione. La telefonata avviene tra Nicola Maggio (il giudice) e Donati, ma ciò che è curioso è che Sandro, allenatore dei cinesi, è il fratello di Maurizio Damilano, il “capo dei giudici a livello mondiale” che opera nella Iaaf, la federazione internazionale dell’atletica. Ma guarda un po’.

Non conterà neppure l’udienza al Tas, Alex viene squalificato per 8 anni, il giorno prima della 20 km. E’ colpevole, secondo il Tas, di essersi riempito di anabolizzanti, il 1 gennaio. Ma c’è qualcosa che non va, perché quello è un test molto sospetto: un test ripetuto, un test con l’etichetta “Racines”, il Paese di Schwazer, ovvero un test palese. “Sapevano chi stavano esaminando. Una provetta che ha “ballato” in giro oltre il dovuto, della quale per giorni si sono perse le tracce. Una provetta, insomma, che qualcuno potrebbe aver facilmente manipolato”, spiega Donati. Sui flaconi contenenti i campioni biologici per il controllo antidoping, deve essere mantenuto il più rigoroso anonimato. Altrimenti, svanisce ogni certezza di possibili manipolazioni. 

La Sorda. A Colonia, il laboratorio antidoping più avanzato al mondo, non ha avuto alcun sospetto sulle urine del 1° gennaio consegnate da Schwazer, per loro l’esito del controllo era negativo; “così non hanno ritenuto di dover procedere all’analisi di approfondimento”. Ma la IAAF, ricevuto da Colonia l’esito negativo del controllo, intraprende i controlli antidoping comparativi, senza motivo. Donati racconta che “i responsabili della IAAF non hanno mai spiegato come e perché a Colonia sarebbero stati compiuti controlli scientificamente inadeguati o insufficienti; né quali più avanzate conoscenze scientifiche, ignote al laboratorio di Colonia, abbiano alimentato il loro dubbio proprio su quello specifico campione ematico”. Non importa se quello di Colonia è un laboratorio super tecnologico e all’avanguardia, la IAAF, ha tentato comunque di fermare Schwazer. “Se avessi preso microdosi di testosterone”, afferma Alex, “non avrei potuto festeggiare, sarei dovuto andare a dormire alle nove di sera e soprattutto non avrei dovuto bere alcolici. I fatti, documentati con testimoni, dimostrano il contrario perché sono ritornato a casa alle 4”.

Il rumore di quella porta sbattuta da Donati, dopo 7 ore di udienza, è superiore a ogni cosa. Perché non ci sono altri suoni, solo diti puntati verso il marciatore, chi timidamente prova a parlare di “complotto” viene deriso e zittito. “Hanno già deciso” dice Donati uscendo dall’aula, il tecnico aveva già perso le speranze. 

Lo hanno ucciso, Schwazer. Ma non con la squalifica, lo hanno ucciso con la decisione del Tas di riammettere la Efimova (ieri seconda nei 100 rana) dopo essere stata trovata positiva al meldonium per la seconda volta. La seconda mazzata è arrivata con l’argento di Sun Yang, finito nel rapporto Wada (l’agenzia mondiale antidoping), anche lui riammesso dal Tas. 

Riassumendo: “Schwazer è stato fatto fuori poiché dopo la prima positività ha denunciato alcune pratiche di doping all’interno della Federazione di atletica, ha detto che il doping non era andato in Turchia a prenderlo (come avevano detto in tv), ma gli era stato fornito dagli allenatori e aveva consultato l’arcinoto Ferrari. A seguito di questo ha deciso di farsi seguire da Donati, che federazione e Coni non possono vedere da ormai trent’anni, e stava per fare un risultato clamoroso da pulito. Questo avrebbe screditato tutta la marcia, come minimo quella italiana, in quanto un allenatore escluso dalla federazione, e che non aveva mai seguito la marcia, avrebbe battuto atleti dopati, tra l’altro senza sponsor di sorta(Ricostituenti, integratori,ecc) ma tutto fatto di tasca propria quindi non potevano lasciarlo né partecipare né vincere. Purtroppo ha vinto lo sport del doping“.

Alex è morto oggi, finirà nel dimenticatoio dell’opinione pubblica per poi ritornare fuori tra qualche anno stile Pantani. Ma, quando verrà fuori la verità, nessuno chiederà scusa, come successo per il ciclista, nessuno verrà processato per aver distrutto la carriera dell’atleta (a cui ha contribuito lui stesso dopandosi la prima volta), nessuno pagherà per non aver concesso l’ultima possibilità di fare quella gara per cui si era allenato per anni, per cui aveva sudato e faticato. Perché ci credeva in quel sogno, Alex, e non ci avrebbe rinunciato per nulla al mondo.

Riposa in pace, Alex.

Mattia Chiaruttini

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